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mercoledì 14 ottobre 2026

Recensione "Nero come il mare - Charlotte McConaughey

Ci sono libri che sembrano avere tutte le carte in regola per conquistarci, di cui sentiamo parlare benissimo e dai quali finiamo per aspettarci tantissimo. Nero come il mare è stato uno di questi per me.
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Eppure, nonostante abbia trovato diversi aspetti interessanti, non è riuscito a conquistarmi del tutto.
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La storia ci porta a Shearwater, una piccola isola remota non lontana dall’Antartide, minacciata dall’innalzamento del livello del mare e custode di un prezioso deposito di semi. Qui vivono Dominic Salt e i suoi tre figli, ormai abituati a un’esistenza isolata dal resto del mondo. L’arrivo di Rowan, una donna ritrovata sulla spiaggia dopo una terribile tempesta, rompe questo fragile equilibrio e porta con sé domande, segreti e nuove dinamiche familiari.
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Fin dalle prime pagine, il romanzo sembra volerci trascinare in un thriller carico di tensione, nel quale la ricerca di un uomo e gli interrogativi legati all’arrivo di Rowan fanno nascere una serie di aspettative. Io mi aspettavo proprio questo: un mistero capace di tenermi con il fiato sospeso, una tensione crescente e quella voglia irrefrenabile di continuare a leggere per scoprire cosa si nasconde dietro gli eventi.
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Quello che ho trovato, però, è stato qualcosa di diverso.
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La tensione iniziale, almeno per me, si è progressivamente attenuata, lasciando spazio alla quotidianità su un’isola impervia, alle relazioni tra i personaggi e ai legami che si costruiscono, si incrinano e si trasformano. Il mistero rimane in un primo momento sullo sfondo, ma il cuore della narrazione diventa sempre più il mondo interiore dei protagonisti.
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Ed è proprio qui che ho avvertito una certa distanza tra le mie aspettative e ciò che il libro voleva raccontarmi. Non è tanto una questione di cosa accade, quanto di quanto spazio viene dato alle diverse componenti della storia. Avrei voluto sentire maggiormente la tensione del thriller, mentre mi sono ritrovata immersa in una narrazione più introspettiva, fatta di silenzi, dolore e rapporti umani.
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Questo non significa che abbia trovato questi aspetti poco interessanti. Anzi.
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Uno dei temi che ho apprezzato maggiormente è quello della famiglia e del ruolo dei genitori. Quanto il dolore di un adulto possa influenzare la vita dei figli, quanto sia difficile proteggerli senza finire per condizionarli e quanto le scelte fatte per amore possano avere conseguenze che non sempre siamo in grado di prevedere. I personaggi sono segnati dalle proprie esperienze e dai propri traumi, e il loro modo di affrontare la sofferenza influenza profondamente le relazioni che instaurano.
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C'è poi il tema della morte, della perdita e di ciò che resta quando qualcuno non c'è più. Il lutto non viene raccontato soltanto come un evento da superare, ma come qualcosa che continua a vivere nelle persone, condizionandone le decisioni e il modo di guardare al futuro.
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E sullo sfondo, ma tutt'altro che marginale, troviamo il cambiamento climatico. L'isola che rischia di scomparire, la natura ostile e l'isolamento dei protagonisti rendono tangibile la fragilità di un mondo che sta cambiando. Il deposito di semi assume un significato che va oltre la sua funzione concreta: conservare ciò che esiste oggi nella speranza che possa esserci ancora un domani. Una riflessione sulla perdita, sulla sopravvivenza e sulla responsabilità che abbiamo nei confronti delle generazioni future.
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Ho apprezzato questa dimensione del romanzo e il modo in cui la fragilità della natura si intreccia con quella umana. Anche l'ambientazione è uno degli elementi che contribuiscono a rendere la storia particolare, perché l'isola non è semplicemente il luogo in cui si svolgono gli eventi, ma una presenza che condiziona la vita e le scelte di chi la abita.
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Perché, allora, non mi ha coinvolta del tutto?
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Perché, pur riconoscendo i temi importanti e le diverse sfaccettature della storia, non ho provato quel coinvolgimento che mi aspettavo. Avrei voluto una componente thriller più incisiva e una tensione più costante. La parte dedicata alla quotidianità, alle dinamiche familiari e ai legami ha finito per occupare uno spazio maggiore di quello che avrei desiderato, rendendo la lettura diversa da come l'avevo immaginata.
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Forse è proprio qui che si gioca tutto: sono entrata in questa storia aspettandomi soprattutto un thriller, mentre mi sono ritrovata davanti a un romanzo che utilizza il mistero per parlare anche di famiglia, dolore, perdita e ambiente.
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E non è necessariamente un difetto del libro. È semplicemente una questione di aspettative e di sensibilità personale.
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Capisco perché tanti lettori lo abbiano amato e riconosco il valore delle tematiche affrontate, ma, almeno per me, non è stata una lettura indimenticabile.
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Nero come il mare è un romanzo che intreccia mistero, natura e relazioni umane, ma che consiglierei soprattutto a chi cerca una storia introspettiva e ricca di temi da approfondire, più che un thriller dal ritmo serrato.
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Ringrazio la @fazieditore per la copia 💙
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⁉️E adesso sono curiosa di sapere la vostra: avete letto Nero come il mare? Vi ha conquistato oppure, come è successo a me, vi aspettavate qualcosa di diverso? 💬
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Vi aspetto nei commenti 💕 
La vostra Febe 💙 
#bookstagramitalia

martedì 6 ottobre 2026

Recensione "A sorella prediletta" - Sonia Milan

Ci sono libri che ti prendono subito e ti trasportano nel loro mondo fatto di dettagli e storie e altri che, nonostante siano ricchi di entrambi, non ti danno fino in fondo quello che promettono.
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Oggi vi parlo del libro di Sonia Milan "La sorella prediletta" edito @garzantieditore che ringrazio per la collaborazione ✨🙏🏼
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Dopo aver amato molto La primogenita, letto lo scorso anno, ero davvero curiosa di tornare tra le pagine di Sonia Milan. E anche questa volta ho ritrovato uno degli elementi che più caratterizzano la sua scrittura: la capacità di mescolare storia e finzione, inserendo nella narrazione personaggi realmente esistiti, avvenimenti storici e una grande quantità di ricerca e documentazione.
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La storia parte nella Parigi degli anni Venti, dove conosciamo Estelle e Olympia, due sorelle molto diverse tra loro, unite però da un legame profondissimo. Attorno a loro ruota la vicenda di Paul, un giovane aspirante scrittore, e di un misterioso romanzo che diventerà uno dei fili conduttori della storia.
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Decenni dopo, a Roma, sarà Caterina, una giovane giornalista, a cercare di ricostruire la verità dietro quel romanzo e dietro una serie di coincidenze e legami che sembrano attraversare il tempo.
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Ed è proprio qui che ho avuto qualche difficoltà.
Ho apprezzato molto l’idea alla base del romanzo e soprattutto il modo in cui, poco alla volta, i diversi fili della storia finiscono per ricongiungersi. Il tema della memoria, dei legami che sopravvivono al tempo e delle tracce che lasciamo dietro di noi mi è piaciuto molto.
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Ho trovato particolarmente interessante anche tutta la parte legata alla encefalite letargica, una malattia realmente esistita e molto misteriosa che colpì migliaia di persone negli anni Venti. La quantità di ricerca che Sonia Milan ha riversato nel romanzo è evidente e, a fine lettura, ho apprezzato ancora di più le note dell’autrice e tutto il lavoro di documentazione che c’è dietro.
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Il problema, però, è stato proprio questo: a volte ho avuto la sensazione che ci fosse troppo.
Troppi personaggi, troppe vicende, troppi riferimenti storici e troppe coincidenze che finiscono per collegare tra loro i diversi periodi temporali. Tutto è chiaramente costruito per arrivare alla chiusura del cerchio, ma per me, in alcuni momenti, questa complessità ha finito per appesantire la narrazione.
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Paradossalmente, ho preferito la parte ambientata nel presente, perché la ricerca di Caterina mi ha dato maggiore dinamismo e mi spingeva a voler capire dove l’avrebbe portata. La parte del passato, invece, soprattutto all’inizio, l’ho trovata più lenta e ho fatto un po’ di fatica a comprendere quale sarebbe stato il nesso tra tutti gli elementi che venivano introdotti.
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E qui arriva inevitabilmente il confronto con La primogenita.
Per me il precedente romanzo di Sonia Milan rimane superiore.
L’ho trovato più equilibrato, più fluido e capace di farmi entrare nella storia con maggiore immediatezza. 
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In La sorella prediletta ho ritrovato la stessa grande passione per la storia e per la ricerca, ma questa volta credo che l’autrice abbia voluto mettere davvero tantissimo dentro una sola storia.
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Questo non significa che non abbia apprezzato il romanzo. La storia di fondo mi è piaciuta, così come il modo in cui alla fine tutti i fili vengono ricondotti al loro punto di partenza. E il tema delle due sorelle, dell’amore, delle scelte e dei legami capaci di attraversare il tempo lascia sicuramente qualcosa.
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Semplicemente, avrei preferito un po’ meno.
Perché a volte una storia non ha bisogno di aggiungere un altro filo per essere ancora più ricca: ha bisogno soltanto di lasciare spazio a quelli che già ci sono.
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Una lettura che quindi consiglio soprattutto a chi ama i romanzi storici ricchi di ricerca, personaggi realmente esistiti e storie che si sviluppano su più piani temporali. Ma se avete letto La primogenita, sono curiosa di sapere una cosa:
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⁉️E ora vi chiedo .. conoscete l'autrice?
Avete letto qualcosa di suo? Vi piacciono i romanzi che mescolando personaggi fittizi a quelli realmente esistiti?
Avete sorelle o fratelli? Com è il vostro rapporto?
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Vi aspetto nei commenti 💕 
La vostra Febe 💙 
#booklovers

martedì 29 settembre 2026

Recensione "L'inverno della levatrice" - Ariel Lawhon

Ci sono libri che si leggono lentamente ma non perché sono noiosi!
Ci ho messo quasi due settimane a leggere "L'inverno della levatrice" di @ariellawhon che con 485 pagine, una scrittura piuttosto fitta e una storia che, per essere assaporata davvero, richiede il suo tempo per essere assaporato e ringrazio la @neripozza per avermi permesso di leggerla mandandomene una copia 🙏🏼🍀
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Ma non lo definirei un libro lento nel senso negativo del termine. Anzi, inizia subito in quarta.
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Martha Ballard, la protagonista, è una levatrice realmente esistita nel Maine di fine Settecento. Facciamo la sua conoscenza mentre fa nascere una bambina e, poco dopo, viene chiamata a esaminare il corpo di un uomo ritrovato intrappolato nel ghiaccio del fiume Kennebec.
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Da quel momento si intrecciano le indagini sulla sua morte, il processo, le testimonianze e un caso di violenza avvenuto mesi prima. Ma insieme a tutto questo c'è la vita di Martha: le nascite che continua ad assistere, le persone che cura, la sua famiglia, il marito, i figli e la comunità nella quale vive.
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Ed è proprio questo continuo alternarsi tra mistero, indagini e vita quotidiana a dare al romanzo il suo ritmo. È una storia che procede con calma, sì, ma è una calma che mi ha avvolta.
Ogni volta che mi sedevo a leggere avevo la sensazione di entrare in una specie di bolla e di essere trasportata completamente in un'altra epoca. Non avevo fretta di uscirne.
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Forse perché, mentre leggevo, avevo continuamente presente una cosa: Martha Ballard è esistita davvero.
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L'autrice parte infatti dal suo diario, iniziato nel 1785, quando Martha aveva cinquant'anni, e proseguito per 27 anni. Un diario nel quale questa donna annotava nascite, morti, malattie, lavoro, famiglia e avvenimenti della sua comunità.
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E questa consapevolezza ha reso per me la lettura ancora più particolare.
Era quasi come se, attraverso la narrativa di Lawhon, stessi guardando quell'epoca attraverso gli occhi di Martha.
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Mi sono affezionata piano piano a lei, alla sua famiglia e alle persone che le stanno intorno. Mi è piaciuto soprattutto il modo in cui l'autrice riesce a mostrarci una donna che, pur non avendo un ruolo ufficiale di potere, è una presenza fondamentale all'interno della sua comunità.
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E poi c'è l'ambientazione, che ho adorato.
Siamo in un'America appena nata, in un periodo in cui tutto sembra ancora in costruzione: le comunità, le proprietà, i rapporti di potere, le leggi. Ci sono le concessioni di terra, i rapporti con le popolazioni indigene, la religione, la giustizia e una società in cui le donne hanno pochissimo potere ufficiale.

Tutto questo mi ha ricordato tantissimo Outlander.

Non perché le due storie siano uguali, ma per quella sensazione di trovarsi in un'America ancora selvaggia e in trasformazione, dove la Storia e la vita quotidiana si intrecciano continuamente.
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E poi, una delle cose che ho apprezzato di più, è arrivata alla fine del libro.
Nelle note conclusive Ariel Lawhon racconta come è arrivata alla storia di Martha Ballard, come si è documentata, quali elementi del diario e degli avvenimenti reali ha utilizzato e soprattutto cosa ha cambiato rispetto ai fatti realmente accaduti e perché.

Sappiamo infatti che molti degli avvenimenti raccontati nel romanzo sono realmente documentati, ma Lawhon li ha modificati, intrecciati e concentrati in quell'inverno del 1789 per costruire la storia che leggiamo.
E leggere queste spiegazioni dopo aver terminato il romanzo, per me, lo ha impreziosito ancora di più.
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Mi ha fatto venire voglia di tornare con la mente alle pagine appena lette e distinguere ciò che apparteneva alla vera Martha da ciò che era frutto dell'immaginazione dell'autrice.
È stata una lettura impegnativa? Sì.
Ci ho messo parecchio tempo, anche per la mole del libro e per la scrittura piuttosto fitta.
Ma è stata soprattutto una lettura che mi ha accompagnata.✨
E quando sono arrivata all'ultima pagina, nonostante tutte quelle pagine e tutte quelle ore trascorse insieme, mi sono accorta di una cosa:

mi dispiaceva lasciare Martha.

Ed è forse questo il complimento più sincero che posso fare a questo libro.
💬 E ora vi chiedo...
Avete mai letto un romanzo storico che vi abbia fatto sentire davvero trasportati in un'altra epoca?
Conoscete già la storia di Martha Ballard o avete letto L'inverno della levatrice?
E soprattutto: qual è quel libro che, una volta arrivati all'ultima pagina, vi ha lasciato quella sensazione di non voler salutare i suoi personaggi?
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Vi leggo volentieri nei commenti 💕 
La vostra Febe 💙 
#bookstagramitalia

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